L’età fragile, sempre più fragile
Numeri di un’emergenza che colpisce i nostri ragazzi ed il nostro futuro
- Pietro Bussotti
L’età fragile, sempre più fragile
Numeri di un’emergenza che colpisce i nostri ragazzi ed il nostro futuro
- Pietro Bussotti
Il 10 marzo 2026 è stato presentato il report “Fragile – mappae mundi di una nuova generazione”, realizzato dall’Osservatorio permanente sulla condizione giovanile promosso dalla Fondazione Unhate, iniziativa del Terzo Settore nata nel 2024 su impulso di Alessandro Benetton. La ricerca, coordinata dal sociologo Mauro Magatti, si basa su una metodologia mista che ha coinvolto 1.500 questionari, 30 interviste a figure educative, 100 note audio inviate da giovani e una giornata di confronto partecipato con 80 partecipanti.
Al di là della ricchezza metodologica, ciò che emerge dai dati dovrebbe generare un serio allarme di salute pubblica. Dopo il crollo registrato nel 2020, gli indicatori di benessere psicologico tra i 14 e i 19 anni hanno recuperato solo parzialmente e non sono tornati ai livelli pre-pandemici. Nello stesso periodo diminuisce anche la quota di ragazzi che dichiarano uno stato di salute “eccellente”, scesa dal 35% nel 2017-2018 al 31%. È difficile non provare preoccupazione – e anche una certa indignazione – di fronte al fatto che il deterioramento della salute mentale di un’intera generazione non venga trattato come una vera emergenza prima sociale poi sanitaria.
Purtroppo, i numeri sono piuttosto chiari. Il 69% dei giovani segnala come diffusi tra i coetanei disturbi alimentari, depressione e bullismo. Il 64% indica attacchi di panico e abuso di alcol, mentre il 63% riconosce la presenza di ritiro sociale e isolamento. Solo un giovane su cinque attraversa un percorso evolutivo percepito come realmente positivo, mentre circa uno su quattro vive una condizione di blocco, chiusura o ritiro dal mondo sociale. Il disagio raggiunge il suo picco tra i 17 e i 19 anni, cioè proprio nella fase in cui i ragazzi dovrebbero consolidare identità, relazioni e progettualità.
La cluster analysis proposta dal report individua quattro profili generazionali: i “fiduciosi propositivi” (17%), i “moderati in transizione” (34%), gli “irrequieti in bilico” (25%) e gli “sfiduciati sotto pressione” (24%). Sommando gli ultimi due gruppi, quelli negativi, si arriva a quasi metà del campione che descrive traiettorie segnate da smarrimento, incertezza o pressione emotiva. Non stiamo parlando di qualche caso problematico: stiamo osservando un cambiamento del clima emotivo di un’intera generazione.
Dal punto di vista psicosociale, il dato più inquietante è la normalizzazione del disagio. Quando circa due terzi dei giovani descrivono depressione, isolamento o disturbi alimentari come fenomeni diffusi tra i pari, significa che il malessere non è più percepito come un’eccezione ma come parte della normalità. È il segnale di un sistema che si sta progressivamente abituando alla sofferenza psicologica giovanile.
Purtroppo, i numeri sono piuttosto chiari. Il 69% dei giovani segnala come diffusi tra i coetanei disturbi alimentari, depressione e bullismo. Il 64% indica attacchi di panico e abuso di alcol, mentre il 63% riconosce la presenza di ritiro sociale e isolamento. Solo un giovane su cinque attraversa un percorso evolutivo percepito come realmente positivo, mentre circa uno su quattro vive una condizione di blocco, chiusura o ritiro dal mondo sociale. Il disagio raggiunge il suo picco tra i 17 e i 19 anni, cioè proprio nella fase in cui i ragazzi dovrebbero consolidare identità, relazioni e progettualità.
La cluster analysis proposta dal report individua quattro profili generazionali: i “fiduciosi propositivi” (17%), i “moderati in transizione” (34%), gli “irrequieti in bilico” (25%) e gli “sfiduciati sotto pressione” (24%). Sommando gli ultimi due gruppi, quelli negativi, si arriva a quasi metà del campione che descrive traiettorie segnate da smarrimento, incertezza o pressione emotiva. Non stiamo parlando di qualche caso problematico: stiamo osservando un cambiamento del clima emotivo di un’intera generazione.
Dal punto di vista psicosociale, il dato più inquietante è la normalizzazione del disagio. Quando circa due terzi dei giovani descrivono depressione, isolamento o disturbi alimentari come fenomeni diffusi tra i pari, significa che il malessere non è più percepito come un’eccezione ma come parte della normalità. È il segnale di un sistema che si sta progressivamente abituando alla sofferenza psicologica giovanile.
Eppure, di fronte a dati di questo tipo, le politiche pubbliche continuano a muoversi con una lentezza sconcertante. Si moltiplicano progetti sperimentali, iniziative locali, interventi a breve termine. Quella che continua a mancare è una strategia strutturale di prevenzione psicosociale, capace di integrare scuola, servizi sanitari, comunità educanti e politiche giovanili. In altre parole, a un problema sistemico si continua a rispondere con azioni episodiche e poco coordinate.
C’è poi un ulteriore paradosso che dovrebbe far riflettere anche chi guarda il problema in termini economici. La prevenzione psicosociale e psicoeducativa ha costi relativamente contenuti e produce benefici duraturi. Al contrario, intervenire ex post, quando il disagio è già diventato patologia significa sostenere costi molto più elevati per cure specialistiche, perdita di produttività e difficoltà di integrazione sociale. Nonostante questo, continuiamo a investire molto più nella cura tardiva che nella prevenzione precoce, con il risultato che il peso economico e psicologico ricade soprattutto sulle famiglie più fragili, in assenza di una solida risposta pubblica.
Un dato del report dovrebbe drasticamente interessare chiunque si occupi di salute pubblica: tra i giovani che partecipano frequentemente ad attività culturali, sportive o di svago, l’83% dichiara una visione positiva del futuro, contro il 65% di chi vi partecipa raramente. Allo stesso modo, tra chi ha relazioni sociali ricche con i pari l’81% guarda al futuro con fiducia, contro il 64% di chi ha poche interazioni. Significa che sport, cultura, associazionismo e socialità non sono un lusso educativo, ma vere e proprie determinanti di salute mentale! Trascurare questi spazi o lasciarli impoverire equivale, nei fatti, ad aumentare il rischio di disagio.
Il report evidenzia anche differenze di genere significative: le ragazze riportano livelli più bassi di equilibrio mentale e più alti di ansia rispetto ai coetanei maschi e sono più probabili fenomeni come disturbi alimentari, depressione o autolesionismo. È come se una parte di questa generazione, quella femminile, stesse pagando un prezzo psichico più alto per sostenere aspettative sociali sempre più pressanti. Anche su questo fronte, tuttavia, la risposta istituzionale appare ancora debole e poco mirata.
Infine, la ricerca mostra che i giovani fuori da percorsi di studio o lavoro, presentano livelli sistematicamente più bassi di felicità, fiducia negli altri e visione positiva del futuro. Lasciare intere quote di ragazzi in questa condizione (i cosiddetti NEET, ma non solo…) significa collocarli in una posizione di massimo rischio psicologico e relazionale. Continuare a descriverli come “scoraggiati” o “poco motivati” è una semplificazione che rischia di nascondere un problema molto più profondo: la progressiva erosione di opportunità, legami e speranza verso il futuro.
In sintesi, i dati di questo report ci consegnano un messaggio piuttosto chiaro: il disagio giovanile non è una serie di fragilità individuali, ma il risultato di condizioni sociali, educative e relazionali che stanno diventando sempre più instabili. Osservare questi fenomeni senza costruire politiche strutturali di prevenzione significa, in fondo, limitarsi a misurare il problema senza affrontarne davvero le cause. E questo, per chi si occupa di salute pubblica, dovrebbe essere motivo non solo di preoccupazione, ma di seria responsabilità collettiva.
Un dato del report dovrebbe drasticamente interessare chiunque si occupi di salute pubblica: tra i giovani che partecipano frequentemente ad attività culturali, sportive o di svago, l’83% dichiara una visione positiva del futuro, contro il 65% di chi vi partecipa raramente. Allo stesso modo, tra chi ha relazioni sociali ricche con i pari l’81% guarda al futuro con fiducia, contro il 64% di chi ha poche interazioni. Significa che sport, cultura, associazionismo e socialità non sono un lusso educativo, ma vere e proprie determinanti di salute mentale! Trascurare questi spazi o lasciarli impoverire equivale, nei fatti, ad aumentare il rischio di disagio.
Il report evidenzia anche differenze di genere significative: le ragazze riportano livelli più bassi di equilibrio mentale e più alti di ansia rispetto ai coetanei maschi e sono più probabili fenomeni come disturbi alimentari, depressione o autolesionismo. È come se una parte di questa generazione, quella femminile, stesse pagando un prezzo psichico più alto per sostenere aspettative sociali sempre più pressanti. Anche su questo fronte, tuttavia, la risposta istituzionale appare ancora debole e poco mirata.
Infine, la ricerca mostra che i giovani fuori da percorsi di studio o lavoro, presentano livelli sistematicamente più bassi di felicità, fiducia negli altri e visione positiva del futuro. Lasciare intere quote di ragazzi in questa condizione (i cosiddetti NEET, ma non solo…) significa collocarli in una posizione di massimo rischio psicologico e relazionale. Continuare a descriverli come “scoraggiati” o “poco motivati” è una semplificazione che rischia di nascondere un problema molto più profondo: la progressiva erosione di opportunità, legami e speranza verso il futuro.
In sintesi, i dati di questo report ci consegnano un messaggio piuttosto chiaro: il disagio giovanile non è una serie di fragilità individuali, ma il risultato di condizioni sociali, educative e relazionali che stanno diventando sempre più instabili. Osservare questi fenomeni senza costruire politiche strutturali di prevenzione significa, in fondo, limitarsi a misurare il problema senza affrontarne davvero le cause. E questo, per chi si occupa di salute pubblica, dovrebbe essere motivo non solo di preoccupazione, ma di seria responsabilità collettiva.