Adriano Ossicini e la psicologia come infrastruttura dell’umano
- David Lazzari
Adriano Ossicini e la psicologia come infrastruttura dell’umano
- David Lazzari
A 106 anni dalla nascita di Adriano Ossicini, ricordarlo non significa soltanto rendere omaggio a una figura importante della storia italiana. Significa interrogarsi sul presente della psicologia, sul suo posto nella società, sulla sua funzione pubblica. Ossicini non fu solo il promotore della legge che nel 1989 riconobbe giuridicamente la professione di psicologo e regolamentò la psicoterapia. Fu, prima ancora, un uomo che comprese la psicologia quando molta parte del Paese non era ancora pronta a capirla.
Nato a Roma il 20 giugno 1920 e scomparso il 15 febbraio 2019, Ossicini attraversò un secolo di storia italiana: la guerra, la Resistenza, la ricostruzione democratica, l’università, la politica, la nascita della professione psicologica. Fu medico, psicologo, docente, partigiano, parlamentare, ministro. Ma forse la sua cifra più attuale sta in un’altra definizione: fu un costruttore di ponti.
Il Paese nel quale Ossicini cercò di affermare la psicologia era un Paese non semplicemente ostile, ma soprattutto impreparato. Ostile lo era, certo, in molte sue componenti culturali. Una parte del mondo cattolico guardava con sospetto a ogni sapere che sembrasse spostare lo sguardo dall’anima alla psiche, dal peccato al conflitto, dalla colpa alla storia personale. Una parte del marxismo tendeva a ridurre il soggetto alle condizioni materiali e ai rapporti sociali, diffidando di tutto ciò che potesse apparire “psicologismo” o ripiegamento individuale. La tradizione idealistica, segnata dal peso di Croce e Gentile, aveva a lungo collocato la vita psichica dentro la filosofia dello spirito, con una difficoltà strutturale a riconoscere autonomia alle scienze psicologiche. Anche la medicina, soprattutto nelle sue versioni più riduzionistiche, faticava a vedere nella psicologia un sapere autonomo: più facile considerarla ancella della psichiatria, della neurologia, della clinica medica. Sul rapporto problematico tra idealismo italiano e cultura scientifica esiste una lunga discussione storica.
Ma il problema più profondo era un altro: l’Italia non capiva che cosa fosse davvero la psicologia. Non comprendeva che non era né filosofia dell’anima, né tecnica di adattamento, né medicina minore, né consolazione morale, né introspezione priva di metodo. Non comprendeva che la psicologia era — ed è — un sapere di frontiera: un ponte tra le scienze della materia e della vita e le scienze dell’uomo, tra biologia e cultura, tra corpo e relazione, tra individuo e società.
Questa incomprensione viene da lontano. La vicenda di Roberto Ardigò lo dimostra bene. Ex sacerdote, massimo rappresentante del positivismo italiano, Ardigò cercò già nell’Ottocento di pensare la psicologia come “scienza positiva”. Nel 1870 pubblicò “La psicologia come scienza positiva”, tentando di portare lo studio della vita psichica fuori dalle astrazioni metafisiche e dentro l’osservazione dei fenomeni. La sua storia personale e intellettuale mostra quanto fosse difficile, in Italia, pensare una scienza della mente senza essere percepiti come una minaccia: alla religione, alla filosofia, all’ordine culturale dominante. Treccani ricorda Ardigò come il maggiore rappresentante del positivismo italiano e sottolinea la sua idea della dimensione fisica e psichica come aspetti di un’unica realtà oggettiva.
Ossicini eredita, in un altro tempo storico, questa difficoltà italiana. Ma la trasforma in progetto. Non contrappone la psicologia alla medicina, alla filosofia, alla politica, alla religione o alla società. Le chiede però di essere riconosciuta per ciò che è: una disciplina autonoma, con oggetti, metodi, responsabilità e strumenti propri. Non una professione subalterna. Non una funzione accessoria. Non un lusso culturale. Un sapere necessario per comprendere l’essere umano nella sua complessità.
La sua vita personale aiuta a capire questa visione. Ossicini non elaborò l’idea della persona dentro un laboratorio separato dalla storia. La incontrò nella violenza del fascismo, nella Resistenza, nel rischio concreto, nel rapporto tra coscienza e responsabilità. Al Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina, dove prestò servizio fin da giovane, partecipò a una delle pagine più significative della Roma occupata, contribuendo a salvare ebrei rifugiati nell’ospedale dopo il rastrellamento del Ghetto. La persona, per lui, non era una categoria astratta: era un volto da proteggere, una dignità da difendere, una libertà da custodire.
Da qui nasce anche la sua idea della psicologia. Una psicologia non ridotta alla tecnica, ma neppure vaga e spiritualistica. Una psicologia rigorosa, ma non disumana. Scientifica, ma non cieca alla storia. Clinica, ma non chiusa nello studio privato. Capace di tenere insieme mente, corpo, relazioni, contesto sociale, diritti. In questo senso Ossicini fu davvero moderno: perché vide prima di molti altri che la salute psicologica non può essere compresa separando il soggetto dal suo mondo.
La Legge 56 del 1989, che porta il suo nome, fu un passaggio culturale e democratico. La legge definì la professione di psicologo come uso di strumenti conoscitivi e di intervento per prevenzione, diagnosi, abilitazione-riabilitazione e sostegno rivolti alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità; incluse inoltre sperimentazione, ricerca e didattica in ambito psicologico. In altre parole, diede forma giuridica a una responsabilità verso i cittadini.
Questo punto è decisivo. La legge non nacque per garantire un privilegio agli psicologi. Nacque per garantire alla società un sapere affidabile sulla vita psichica. Nacque per dire che il disagio, la sofferenza, lo sviluppo, le relazioni, l’apprendimento, la salute, la crisi, il legame sociale non potevano più essere lasciati a interpretazioni improvvisate, a riduzioni ideologiche o a letture esclusivamente mediche. Serviva una professione formata, riconosciuta, responsabile.
Ossicini comprese che la psicologia ha una funzione pubblica. Lo psicologo non è soltanto colui che cura il sintomo individuale. È anche il professionista che aiuta a leggere i contesti, a prevenire le fratture, a sostenere le risorse, a promuovere legami, a riconoscere prima che il disagio diventi patologia. Questa idea, che oggi appare sempre più evidente, era allora tutt’altro che scontata.
Ed è qui che la sua visione parla direttamente al nostro tempo. Oggi viviamo una stagione in cui la sofferenza psicologica è diffusa, trasversale, spesso silenziosa. Aumentano le richieste, si indeboliscono molte risorse comunitarie, cresce la solitudine, si frammentano i legami, si moltiplicano le pressioni sui giovani, sulle famiglie, sul lavoro, sui territori. In questo scenario, la psicologia non può essere pensata solo come risposta specialistica quando il danno è già avvenuto. Deve essere riconosciuta come infrastruttura della salute, della prevenzione, della convivenza.
La modernità di Ossicini sta proprio qui: nell’aver visto la psicologia come presidio dell’umano. Non come sapere chiuso, ma come sapere connettivo. Non come riduzione della persona a test, diagnosi o protocolli, ma come competenza capace di leggere la complessità della vita. Non come alternativa alla medicina o alle scienze biologiche, ma come integrazione necessaria per comprendere ciò che la biologia da sola non può spiegare: il significato, la relazione, la storia, l’esperienza soggettiva, il modo in cui le condizioni di vita entrano nella salute.
Per questo oggi Ossicini non va ricordato solo come “padre della professione”. Questa formula è vera, ma rischia di essere riduttiva. Ossicini è stato anche il padre di una postura: competenza senza arroganza, autonomia senza isolamento, rigore senza riduzionismo, impegno civile senza retorica. Ha mostrato che la psicologia può essere insieme scienza e coscienza, metodo e responsabilità, professione e democrazia.
Nel suo percorso politico — dalle lunghe legislature parlamentari fino all’incarico di ministro per la Famiglia e la Solidarietà sociale nel Governo Dini — ritroviamo la stessa idea: la cura non riguarda solo gli individui, riguarda la qualità dei legami sociali. La politica, quando è alta, è anche cura delle condizioni che permettono alle persone di vivere con dignità.
Oggi, mentre la psicologia rischia talvolta di essere compressa tra due estremi — da un lato la medicalizzazione del disagio, dall’altro la banalizzazione motivazionale e social — l’eredità di Ossicini ci chiede di tenere ferma una terza via. La psicologia non è né una branca minore della medicina né un repertorio di consigli per stare meglio. È una professione scientifica e sanitaria, ma anche una funzione sociale: lavora sui processi che tengono insieme la vita individuale e quella collettiva.
Ricordare Ossicini significa allora chiederci se stiamo davvero usando la psicologia all’altezza della sua visione. Se la stiamo portando dove serve: nella scuola, nelle cure primarie, nei territori, nei luoghi di lavoro, nelle comunità, nelle politiche pubbliche. Se la stiamo pensando solo come cura del disturbo o anche come promozione del benessere, della resilienza, della partecipazione, della qualità delle relazioni.
L’Italia che non capiva la psicologia non è del tutto scomparsa. Sopravvive ogni volta che il disagio viene trattato solo come problema individuale. Ogni volta che la prevenzione viene rinviata. Ogni volta che la salute psicologica viene considerata un lusso e non un diritto. Ogni volta che si chiede alla persona di adattarsi a contesti che la consumano, invece di modificare anche quei contesti.
Per questo Ossicini è ancora attuale. Perché ci ricorda che la psicologia nasce davvero quando rifiuta le semplificazioni: l’anima senza corpo, il corpo senza storia, l’individuo senza società, la società senza soggetti. E perché ci consegna una responsabilità: custodire l’umano nei luoghi in cui l’umano rischia di essere ridotto, classificato, medicalizzato, ignorato.
A 106 anni dalla sua nascita, il modo migliore per ricordarlo non è solo celebrare ciò che ha fatto. È continuare ciò che aveva visto: una psicologia autonoma, scientifica, etica, sociale. Una psicologia capace di stare sul ponte. Tra scienze della vita e scienze umane. Tra cura e diritti. Tra persona e comunità. Tra sofferenza e possibilità.
In fondo, Ossicini ci ha lasciato questo: non soltanto una legge, ma una visione. E le visioni, quando sono davvero moderne, non appartengono al passato. Continuano a chiedere futuro.