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Adriano Ossicini

Padre della legge 56/89 e attualità della sua visione

Adriano Ossicini

Padre della legge 56/89 e attualità della sua visione

Il 18 febbraio, nella ricorrenza dell’approvazione della legge 56/1989 sull’ordinamento della professione psicologica, ho avuto l’opportunità di intervenire al convegno sulla figura di Adriano Ossicinbi e sulla legge, promosso dal CNOP con tempestività e lungimiranza.

Parlare di Adriano Ossicini significa parlare di una figura che ha attraversato il Novecento italiano tenendo insieme dimensioni che raramente convivono nella stessa persona: impegno civile, profondità culturale, responsabilità istituzionale e visione antropologica.

La legge 56 del 1989, che porta il suo nome, ha rappresentato un passaggio storico: il riconoscimento giuridico della professione di psicologo in Italia. È stata una conquista attesa, sofferta, costruita in un contesto complesso, in cui la psicologia cercava una collocazione autonoma tra medicina, filosofia, pedagogia e scienze sociali.

Una legge che arriva dopo 21 anni e sei legislature di battaglie, arriva tardi quindi ma proprio per questo arriva moderna e ancora attuale. Tuttavia, limitarsi a ricordare Ossicini come “padre della legge” rischia di ridurne la portata: la sua visione era più ampia.

Una legge come punto di partenza, non di arrivo

La 56/89 non è stata solo una norma di regolamentazione professionale. È stata l’affermazione di un principio: la dimensione psicologica è parte costitutiva della salute e della vita sociale.

Ossicini non pensava alla psicologia come ambito settoriale o come disciplina ancillare. La pensava come componente essenziale della cura, dell’educazione, della prevenzione, della convivenza civile.

In questo senso, la legge non era un traguardo corporativo, ma uno strumento per riconoscere un bisogno sociale. Oggi, a oltre trent’anni di distanza, possiamo chiederci: quella visione è ancora attuale? La risposta è sì. Ma in un modo forse ancora più radicale di quanto si potesse immaginare nel 1989.

Il cambiamento del contesto

Negli ultimi decenni non è semplicemente aumentata la domanda di interventi psicologici. È cambiato il contesto dentro cui le persone crescono, lavorano, si relazionano.

Accelerazione tecnologica, trasformazioni del lavoro, frammentazione dei legami, esposizione continua a stimoli e pressioni: tutto questo ha modificato le condizioni di equilibrio della vita psichica. Non siamo soltanto di fronte a più sofferenza: siamo di fronte a una trasformazione delle forme del disagio.

Molti segnali che osserviamo – difficoltà di regolazione emotiva, fragilità identitarie, polarizzazioni, rabbia diffusa, senso di smarrimento – non possono essere letti esclusivamente in chiave clinica o individuale. Rimandano a un disallineamento più ampio tra contesto e capacità di integrazione psichica.

Questo non era il linguaggio del 1989. Ma lo spirito della legge – l’idea che la dimensione psicologica sia strutturale e non accessoria – ci aiuta a interpretare anche queste trasformazioni.

Dalla professione al ruolo sociale

Se negli anni Ottanta il problema era ottenere il riconoscimento della professione, oggi la questione è un’altra: quale ruolo deve avere la psicologia in una società complessa?

Non si tratta solo di aumentare la presenza nei servizi, pur necessaria. Si tratta di comprendere che il benessere psicologico è un fattore decisivo per la salute pubblica, la qualità delle relazioni, la tenuta delle istituzioni, la produttività e la sostenibilità economica, la convivenza civile e la pace.

In questo senso, la visione di Ossicini conserva una sorprendente attualità: la psicologia non è un lusso, né una specializzazione marginale. È una competenza di base della convivenza. La legge 56/89 ha riconosciuto una professione: oggi siamo chiamati a riconoscere una funzione, che non ha a che fate solo con l’art. 32 della Costituzione (Tutela della salute) ma più in generale con l’art. 3 sullo sviluppo della persona umana.

Cura, prevenzione, responsabilità collettiva

Un altro elemento centrale nel lascito di Ossicini è l’idea di integrazione: tra discipline, tra livelli di intervento, tra dimensione individuale e sociale. La sfida attuale non è scegliere tra cura e prevenzione, ma comprenderne la continuità. La cura intercetta la sofferenza quando si manifesta. La prevenzione lavora sulle condizioni che la rendono più probabile. La promozione del benessere interviene sulle risorse che rendono le persone e le comunità più capaci di affrontare le difficoltà. Questi livelli non si escludono: si sostengono a vicenda.

In un’epoca in cui il disagio psicologico ha costi umani, sociali ed economici elevatissimi, non basta un approccio esclusivamente sanitario. Occorre una visione che integri politiche educative, lavorative, familiari e sociali. È una prospettiva coerente con lo spirito originario della legge.

L’attualità di una visione

Rileggere oggi Ossicini non significa celebrare una figura storica. Significa interrogarci sul senso profondo della presenza della psicologia nella società. La sua eredità ci ricorda che la psicologia nasce e cresce nei momenti di crisi e di trasformazione, quando diventa evidente che non basta intervenire sui sintomi, ma occorre comprendere i processi che generano disagio e quelli che costruiscono equilibrio.

La legge 56/89 ha dato dignità istituzionale a una professione. Sta a noi oggi dare profondità culturale e responsabilità sociale a quella stessa professione. Se sapremo farlo, l’attualità della visione di Adriano Ossicini non sarà un richiamo nostalgico, ma una direzione per il futuro.

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