Dalla consapevolezza alla McMindfulness
Luci e ombre di una pratica sempre più diffusa
Dalla consapevolezza alla McMindfulness
Luci e ombre di una pratica sempre più diffusa
Negli ultimi anni il termine mindfulness è entrato in modo sempre più frequente nel dibattito sul benessere psicologico e sulla vita sociale.
La mindfulness trae origine dalle pratiche contemplative orientali, in particolare dalla tradizione buddhista, ed è stata successivamente integrata in contesti occidentali attraverso programmi strutturati di intervento psicologico e di gestione dello stress.
Jon Kabat‐Zinn, biologo molecolare americano, ha avuto un ruolo importante nella diffusione della mindfulness in ambito clinico e sanitario. Definisce la mindfulness così: “Una forma di consapevolezza che nasce quando si porta intenzionalmente l’attenzione al momento presente senza giudicare” (Kabat‐Zinn, 2019).
Ad oggi, la letteratura scientifica sulla mindfulness supera le 16.000 pubblicazioni indicizzate. Questo numero dimostra quanto la comunità scientifica sia interessata a questa pratica.
I ricercatori hanno inserito la mindfulness tra gli interventi evidence-based per gestire lo stress e per migliorare il benessere psicologico e anche le neuroscienze hanno dato un aiuto importante per capire i processi che stanno alla base della pratica meditativa.
Gli studi di imaging cerebrale infatti mostrano come la mindfulness porti a cambiamenti nell’attività di parti del cervello che gestiscono l’attenzione, il controllo delle emozioni e la reazione allo stress. In particolare, gli studi hanno osservato una riduzione della reattività dell’amigdala a stimoli emotivi negativi e, allo stesso tempo, un aumento dell’attività delle regioni prefrontali del cervello che supportano il controllo cognitivo (Hölzel et al., 2011). Le persone che praticano mindfulness regolarmente mostrano cambiamenti nell’ippocampo e nella corteccia cingolata anteriore (Lazar et al., 2005).
Nel contesto clinico la mindfulness è importante perché coinvolge diversi processi psicologici collegati tra cui il decentramento e la metacognizione. Chi pratica la mindfulness si addestra ad osservare i pensieri e le emozioni considerandoli eventi mentali che passano e non come la realtà stessa. Questo porta ad una riduzione della ruminazione mentale e anche l’identificazione con schemi cognitivi disfunzionali.
Questi effetti sono utili ad esempio nell’affrontare i disturbi dell’umore (Segal et al., 2002). Inoltre i praticanti apprendono a rispondere, e non reagire, agli stimoli ambientali.
Accanto a tali prove favorevoli, la ricerca scientifica ha comunque mostrato alcuni aspetti problematici.
Molti studi infatti si basano su campioni piccoli e faticano a controllare gli effetti non specifici legati al contesto di gruppo e alle aspettative dei partecipanti; per questo autori come Davidson e Kaszniak (2015) ricordano la necessità di una definizione più chiara della mindfulness e di strumenti più precisi per misurarne gli effetti.
In più, anche se più rari, i ricercatori hanno registrato effetti negativi legati alla meditazione, soprattutto in persone vulnerabili. Alcune persone infatti possono sperimentare sensazioni di derealizzazione, un aumento dell’ansia o il riemergere di ricordi traumatici.
Questo avviene soprattutto quando la mindfulness è proposta senza una valutazione clinica adeguata o senza un contesto di supporto appropriato (Lindahl et al., 2017).
Questi elementi mostrano perché è importante usare la mindfulness in modo adatto e con le giuste competenze.
Negli ultimi anni, tuttavia, la mindfulness si è diffusa molto anche nella cultura e nei media: si trovano libri, articoli, siti web, video e contenuti in streaming.
Questa diffusione capillare ha portato a una crescente varietà delle pratiche e dei significati stessi della mindfulness. Alcuni autori hanno notato una tendenza a semplificare e uniformare la pratica, spesso orientata soprattutto alla gestione individuale dello stress e al miglioramento dei risultati personali.
Purser nel 2019 ha coniato il termine “McMindfulness” per indicare una versione della mindfulness che è fuori contesto e ridotta a una mera tecnica personale, senza includere una riflessione più ampia sulle condizioni ambientali, sociali e relazionali che generano il disagio.
Le scienze che studiano come mente, corpo e ambiente si influenzino, come la psiconeuroendocrinoimmunologia, mostrano che salute e malattia dipendano non solo da ciò che è dentro di noi, ma anche da ciò che ci circonda e dalle relazioni che viviamo.
Da questo punto di vista, la mindfulness non deve essere svilita e considerata solo come una serie di esercizi ma dovrebbe restare saldamente legata a valori etici come la compassione, la responsabilità verso gli altri e una profonda consapevolezza critica.
È importante perciò distinguere tra i programmi di mindfulness strutturati, come MBSR e MBCT, e le forme più semplici o generiche di meditazione. I programmi di mindfulness strutturati si basano su studi scientifici, su una formazione specifica e su regole etiche chiare.
Questa distinzione serve a evitare usi superficiali o sbagliati della mindfulness. Nei contesti organizzativi ad esempio la mindfulness può essere una risorsa per il benessere, ma non può sostituire interventi strutturali concreti e necessari per migliorare ad esempio le condizioni di lavoro e le relazioni tra colleghi.