Non basta saper pensare
Le funzioni esecutive come fattore trasversale della salute psicologica nello sviluppo
- David Lazzari
Non basta saper pensare
Le funzioni esecutive come fattore trasversale della salute psicologica nello sviluppo
- David Lazzari
Saper ricordare una regola, trattenere un impulso o cambiare strategia quando una situazione lo richiede non è un dettaglio tecnico. Queste capacità formano la regia quotidiana del comportamento e possono rappresentare un terreno comune a molti percorsi di vulnerabilità psicologica.
Una regia che attraversa le diagnosi
La psicopatologia dello sviluppo viene spesso descritta attraverso categorie distinte: disturbo da deficit di attenzione e iperattività, problemi della condotta, ansia, depressione. Le diagnosi restano necessarie, ma non spiegano da sole perché difficoltà diverse compaiano insieme, si trasformino nel tempo o condividano alcuni fattori di rischio.
Una revisione pubblicata su Molecular Psychiatry da Elizabeth K. Braithwaite, Julia C. Fielder e Nikolaus Steinbeis propone di guardare alle funzioni esecutive come a un possibile endofenotipo transdiagnostico. In termini semplici, un endofenotipo è una caratteristica misurabile, in parte ereditaria, che può collocarsi lungo il percorso tra vulnerabilità biologica ed esito clinico. “Transdiagnostico” significa che la stessa funzione può essere rilevante in disturbi differenti, senza appartenere in modo esclusivo a nessuno di essi.
Le funzioni esecutive comprendono soprattutto memoria di lavoro, controllo inibitorio e flessibilità cognitiva. Ci permettono di mantenere attivo un obiettivo, non rispondere automaticamente a ogni stimolo e modificare il piano quando le condizioni cambiano. Si sviluppano a lungo, dall’infanzia alla prima età adulta, insieme alla maturazione delle reti frontoparietali e cingolo opercolari. Proprio questa lunga traiettoria le rende sensibili sia alle disposizioni individuali sia alla qualità delle esperienze e dei contesti.
Che cosa dicono i dati
Il punto di partenza della revisione è una convergenza ormai consistente. Le difficoltà nelle funzioni esecutive non compaiono soltanto dopo l’insorgenza di un disturbo. In molti studi precedono i sintomi e ne predicono l’evoluzione. Una meta analisi prospettica discussa dagli autori ha riunito 167 studi e 66.119 bambini e adolescenti. Prestazioni esecutive più deboli risultavano associate negli anni successivi a una maggiore probabilità di sintomi da ADHD, disturbi della condotta e oppositivo provocatori, depressione e problemi internalizzanti o esternalizzanti più ampi.
Il dato non autorizza una lettura deterministica. Una difficoltà esecutiva non è una diagnosi anticipata e non conduce inevitabilmente a un disturbo. Indica piuttosto un punto di vulnerabilità che può interagire con stress, relazioni, motivazione, opportunità educative e risorse disponibili. Il suo valore sta proprio qui: aiuta a comprendere ciò che accomuna percorsi clinici diversi senza cancellarne le differenze.
La prestazione non coincide con la capacità
L’aspetto più innovativo della proposta di Braithwaite e colleghi riguarda il modo in cui interpretiamo una prestazione esecutiva. Tendiamo a pensare che chi non riesce a concentrarsi, inibire una risposta o cambiare strategia semplicemente “non possieda” abbastanza capacità. La revisione suggerisce una lettura più dinamica. Il cervello mobilita il controllo quando ritiene che lo sforzo richiesto abbia un’utilità sufficiente e una ragionevole possibilità di produrre un risultato.
Entrano quindi in gioco il costo percepito dello sforzo, il valore della ricompensa e l’efficacia attribuita al proprio comportamento nel contesto. Questo chiarisce perché la stessa persona possa funzionare bene in una situazione e molto meno in un’altra. Aiuta anche a comprendere il legame tra funzioni esecutive, anedonia e apatia: se il risultato perde valore o lo sforzo appare inutile, le risorse di controllo possono non essere pienamente mobilitate, anche quando la capacità di base non è scomparsa.
È un passaggio importante per la psicologia e per l’educazione. Il comportamento osservabile non riflette mai soltanto una competenza isolata. Esprime l’incontro tra ciò che una persona può fare, ciò che riesce a investire in quel momento e ciò che il contesto rende possibile o significativo.
Perché allenare una funzione non basta
Questa prospettiva aiuta a interpretare anche i risultati modesti dei programmi che allenano le funzioni esecutive attraverso compiti ripetitivi e decontestualizzati. Spesso le persone migliorano nell’esercizio praticato, ma il vantaggio si trasferisce poco alla vita quotidiana o ad abilità lontane dal compito originale. Se il controllo dipende anche da motivazione, valore attribuito all’obiettivo e fiducia nell’efficacia dell’azione, potenziare soltanto la prestazione cognitiva lascia intatta una parte decisiva del problema.
La prevenzione dovrebbe quindi lavorare su più piani. Servono esperienze che aiutino bambini e adolescenti a pianificare, tollerare la frustrazione e cambiare strategia, ma dentro relazioni affidabili e contesti nei quali l’impegno abbia un significato riconoscibile. Scuola, famiglia e servizi non sono lo sfondo neutro sul quale una funzione individuale si manifesta. Partecipano alla probabilità che quella funzione venga effettivamente utilizzata.
Dal gap psico-evolutivo al modello regolativo
Questa lettura si collega al concetto di gap psico-evolutivo che ho proposto per descrivere il disallineamento tra l’accelerazione e la complessità dei contesti contemporanei e la capacità delle persone e dei sistemi di regolare, integrare e sostenere l’esperienza nel tempo. Il concetto è stato sviluppato nel Report BENÈPSYS 2026 e presentato nell’articolo pubblicato su HuffPost “Il disagio diffuso e il gap psico-evolutivo come chiave di lettura del nostro tempo”.
Il nucleo del gap non consiste in un generico ritardo emotivo. Riguarda la possibile distanza tra ciò che una persona sa, comprende o riesce tecnicamente a fare e ciò che può effettivamente integrare, regolare e mantenere nel tempo. Possiamo conoscere la risposta più adeguata e non riuscire a tradurla in comportamento quando lo sforzo appare eccessivo, il risultato poco significativo o il contesto scarsamente modificabile. La proposta di Braithwaite e colleghi non verifica direttamente il gap psico-evolutivo, ma ne illumina un possibile snodo: la disponibilità delle funzioni esecutive non coincide automaticamente con la loro mobilitazione nella vita reale.
È venuto il momento di parlare esplicitamente di modello regolativo (MR) e di adottare questo sguardo. Riconoscere le interdipendenze tra dimensione psicologica e sistemi nervoso, endocrino e immunitario è fondamentale, ma descrive soprattutto le connessioni tra le parti. Il passo ulteriore consiste nel mettere a fuoco la funzione di quelle connessioni: l’organismo integra continuamente segnali esterni, interni e psichici per anticipare le situazioni, organizzare la risposta e mantenere nel tempo un equilibrio possibile. Più che aggiungere un altro sistema, il MR prova dunque a leggere in modo unitario il processo attraverso cui esperienza e fisiologia concorrono alla regolazione.
In questa cornice, la proposta di Braithwaite e colleghi acquista un significato particolare. Le funzioni esecutive possono essere considerate uno dei nodi psicologici della regolazione integrata: mantengono attivo un obiettivo, inibiscono risposte immediate, aggiornano le informazioni rilevanti e permettono di cambiare strategia. Il loro impiego, però, dipende anche dal valore attribuito all’obiettivo, dal costo percepito dello sforzo, dalla storia della persona e dalle opportunità offerte dal contesto. Non sono un centro di comando isolato, ma partecipano al processo con cui l’organismo seleziona ciò che conta e organizza l’azione.
Il gap psico-evolutivo può quindi ampliarsi quando le richieste cambiano più rapidamente delle risorse e delle capacità di integrazione, oppure quando si indeboliscono le mediazioni relazionali e adulte che sostengono la regolazione. Per la prevenzione il messaggio è concreto: individuare precocemente le difficoltà esecutive può essere utile, ma non per etichettare il bambino o prevederne il destino. Serve a costruire condizioni più favorevoli alla regolazione, con richieste comprensibili, obiettivi raggiungibili, esperienze di efficacia e adulti capaci di sostenere l’autonomia.
Una proposta forte, da verificare
Braithwaite, Fielder e Steinbeis non presentano un nuovo esperimento, ma integrano risultati genetici, neurobiologici, longitudinali e clinici in un modello unitario. Le evidenze sostengono il carattere trasversale delle funzioni esecutive e il loro valore predittivo. La definizione di endofenotipo resta però una proposta teorica che richiede verifiche ulteriori sui meccanismi, sulle differenze tra disturbi e sul reale valore preventivo degli interventi.
La sua importanza non sta nell’aver trovato una causa unica della psicopatologia. Sta nell’indicare un livello di funzionamento condiviso sul quale biologia, esperienza e contesto possono convergere. La salute psicologica si costruisce anche nella capacità di orientare pensiero e azione verso un obiettivo. Ma questa capacità non vive nel vuoto: cresce, si indebolisce o si riattiva dentro la storia concreta della persona.
Riferimenti
Braithwaite EK, Fielder JC, Steinbeis N. Executive functions as a transdiagnostic endophenotype in developmental psychopathology. Molecular Psychiatry, 7 ottobre 2026. DOI: 10.1038/s41380-026-03916-6. https://doi.org/10.1038/s41380-026-03916-6
Osservatorio BENÈPSYS. Report BENÈPSYS 2026. Benessere psicologico e tenuta degli ecosistemi sociali. Capitolo 4, Il gap psico-evolutivo come chiave di lettura del disagio contemporaneo, 2026.
Lazzari D. Il disagio diffuso e il gap psico-evolutivo come chiave di lettura del nostro tempo. HuffPost Italia, 9 gennaio 2026. https://www.huffingtonpost.it/blog/2026/01/09/news/il_disagio_diffuso_e_il_gap_psico-evolutivo_come_chiave_di_lettura_del_nostro_tempo-20924508/