Quando i ragazzi parlano, dovremmo ascoltare
Il disagio giovanile non è solo un’emergenza, ma una condizione sistemica
- David Lazzari
Quando i ragazzi parlano, dovremmo ascoltare
Il disagio giovanile non è solo un’emergenza, ma una condizione sistemica
- David Lazzari
In questi giorni, sul Corriere della Sera, Walter Veltroni ha raccontato una vicenda che non può essere archiviata come un fatto di cronaca locale. A Padova, dopo il suicidio di due studentesse, i rappresentanti di sei licei hanno scritto un appello pubblico. Non una protesta, ma una presa di parola. Non una denuncia generica, ma un tentativo di comprendere e di farsi comprendere.
Le loro parole meritano attenzione. Parlano di solitudine, di ansia, di senso di inadeguatezza. Parlano di una quotidianità in cui il giudizio è costante e la prestazione sembra definire il valore personale. Parlano di una scuola percepita più come luogo di valutazione che di crescita, e di adulti che non sempre riescono a intercettare ciò che accade. Ma, soprattutto, parlano di una difficoltà diffusa nel gestire le emozioni.
I dati raccolti dall’Università di Padova sono, da questo punto di vista, particolarmente significativi: il 91% degli adolescenti coinvolti dichiara di non saper gestire emozioni intense; l’82% indica nella scuola il contesto in cui il disagio si manifesta con maggiore forza; oltre la metà segnala un bisogno di supporto psicologico. Questi numeri non descrivono un fenomeno marginale. Descrivono una condizione diffusa.
Oltre la lettura emergenziale
Di fronte a eventi drammatici come quelli che hanno colpito la comunità padovana, il rischio è quello di adottare una lettura emergenziale: individuare cause immediate, cercare responsabilità puntuali, intervenire sul singolo episodio. Ma ciò che emerge dalle parole dei ragazzi e dai dati disponibili suggerisce un quadro diverso.
Non siamo di fronte a episodi isolati, ma a una configurazione più ampia in cui diversi fattori convergono:
• elevata pressione prestazionale
• esposizione continua al giudizio
• accelerazione dei contesti di vita
• difficoltà nella regolazione emotiva
• fragilità delle risorse di supporto
In questa prospettiva, il disagio non è solo un esito, ma anche un segnale: indica un disallineamento tra ciò che viene richiesto e ciò che è possibile sostenere e integrare.
La scuola come snodo cruciale
Un dato colpisce in modo particolare: la scuola è indicata dall’82% degli intervistati come il luogo in cui il disagio si manifesta maggiormente. Questo non significa attribuire alla scuola una responsabilità esclusiva, ma riconoscerne il ruolo centrale.
La scuola è oggi uno dei principali contesti di vita degli adolescenti. È il luogo in cui si intrecciano apprendimento, relazioni, costruzione dell’identità, confronto con le aspettative.
Per questo, ciò che accade nella scuola ha un impatto che va oltre il piano didattico. Le richieste dei ragazzi sono, da questo punto di vista, molto chiare:
• maggiore spazio al confronto e al dialogo
• attenzione alla persona oltre che alla prestazione
• modalità relazionali meno giudicanti
• accesso reale e protetto al supporto psicologico
Non si tratta di richieste straordinarie, ma di condizioni di base per un funzionamento equilibrato dei contesti educativi.
Il ruolo degli adulti e dei contesti
Un altro elemento che emerge con forza riguarda la relazione con gli adulti. I ragazzi non chiedono adulti perfetti. Chiedono adulti presenti, capaci di ascolto, in grado di svolgere una funzione di orientamento e contenimento. Quando questa funzione è debole, intermittente o percepita come giudicante, il rischio è che il disagio non trovi canali di espressione e di elaborazione adeguati.
In questi casi, possono attivarsi strategie compensative:
• ritiro sociale
• uso intensivo del digitale
• forme di evitamento o anestesia emotiva
Strategie che, nel breve periodo, possono ridurre la tensione, ma che nel tempo tendono a consolidare il problema.
Dal riconoscimento all’azione
Le parole dei ragazzi di Padova non chiedono solo attenzione: chiedono azione. Non interventi episodici, ma una revisione più ampia dei contesti in cui il disagio prende forma.
Alcune direzioni appaiono già delineate:
• rafforzare la presenza e l’accessibilità dei servizi psicologici nei contesti scolastici
• sostenere gli insegnanti nella gestione delle dimensioni relazionali ed emotive
• promuovere pratiche educative che integrino apprendimento e sviluppo personale
• valorizzare le reti tra pari come risorsa di supporto
• costruire una maggiore integrazione tra scuola, famiglia e servizi territoriali
Si tratta di interventi che non riguardano solo la salute mentale in senso stretto, ma la qualità complessiva dei contesti di vita.
Un segnale che riguarda tutti
Quella di Padova non è una storia locale, è uno specchio. Riguarda il modo in cui la nostra società costruisce aspettative, organizza i tempi, gestisce le relazioni, riconosce (o non riconosce) il valore dell’esperienza soggettiva. Quando i ragazzi prendono parola in modo così lucido e responsabile, il punto non è solo ascoltarli. È essere disponibili a mettere in discussione i contesti in cui vivono. Perché il disagio, in questi casi, non è solo un problema da risolvere, è anche un segnale da comprendere.