Fear of missing out
Controllare notifiche, aggiornamenti, like, views e “cuoricini”
Fear of missing out
Controllare notifiche, aggiornamenti, like, views e “cuoricini”
Chiara, 15 anni, scrolla Instagram durante la notte e vede le storie delle sue amiche a una festa a cui non è stata invitata. Si sente esclusa, inizia a pensare che stia perdendo qualcosa di importante e resta sveglia per ore, aggiornando compulsivamente il feed. Il giorno dopo è stanca, tesa, ma continua a controllare i social per non “rimanere indietro”… pensa che sarà necessario mangiare di meno, molto meno, per essere più popolare ed essere invitata la prossima volta.
Marco, 34 anni, lavora in un’agenzia di comunicazione e teme di perdere aggiornamenti importanti nel gruppo WhatsApp del team. Anche durante la cena o nei weekend controlla costantemente notifiche e e-mail, temendo di perdere informazioni fondamentali. Questo stato di iperconnessione costante lo rende irritabile e affaticato, con difficoltà a staccare mentalmente dal lavoro. Questa condizione si riflette negativamente sul suo equilibrio famigliare e di coppia.
La FOMO
La Fear of Missing Out (FOMO), definita come l’ansia (proiezione catastrofica e anticipatoria) di essere esclusi da esperienze sociali significative, rappresenta oggi un fenomeno psicologico centrale nella vita digitale degli adolescenti.
I dati dell’OMS e dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) impongono una riflessione: oltre l’11% degli adolescenti europei presenta comportamenti problematici legati ai social media, con una prevalenza maggiore tra le ragazze (European Union Drugs Agency (EUDA), 2025).
In Italia, i dati sono ancora peggiori, infatti il 13,5% degli adolescenti tra gli 11 e i 15 anni mostra segnali di uso disfunzionale dei social, spesso connesso a strategie maladattive di regolazione emotiva.
Per quanto riguarda il gaming, il 12% dei giovani europei evidenzia segnali di dipendenza comportamentale, con una marcata predominanza nei maschi, il 16% contro il 7% (EpiCentro, Istituto Superiore di Sanità, 2024).
Il Rapporto ESPAD 2024 conferma un trend in crescita: quasi il 50% degli studenti manifesta un uso problematico dei social e oltre il 20% gioca per più di quattro ore nei giorni di utilizzo (InSalute-News, 2025). Queste condotte si associano frequentemente a sintomi di ansia, depressione, disregolazione emotiva e tratti impulsivi, fino a delineare un quadro clinico che richiede una presa in carico multidimensionale, attenta sia ai fattori individuali che al contesto sociale e digitale di riferimento.
Quando si parla del fenomeno FOMO non dobbiamo cedere alla tendenza di credere che questo riguardi solamente i comportamenti voluttuari come il gaming online o l’iperconnessione sulle piattaforme social. L’ansia legata al timore di non essere connessi, di perdere delle chance, di essere “tagliati fuori”, riguarda anche il mondo del lavoro.
Sono infatti frequenti le situazioni di preoccupazione costante, di compulsione a controllare in ogni orario i sistemi di messaggistica istantanea (come WhatsApp, Telegram, ecc.), così come le chat aziendali e le e-mail, in una preoccupante sovrapposizione tra vita privata e vita lavorativa.
Tutto questo porta a una forte permeabilità del distress che circola tra questi due spazi, finendo per sommarsi e logorando gli individui.
Il rinforzo intermittente e lo scrolling
A livello psicologico, un meccanismo molto potente che tende a patologizzare il comportamento di controllo delle notifiche ed il correlato stato di attivazione emotiva, è quello del rinforzo intermittente.
Questo fenomeno, spesso implementato by design nelle piattaforme social, si realizza quando una risposta viene premiata solo occasionalmente. Questo rende quel comportamento più resistente all’estinzione.
Nei social media, ad esempio, notifiche imprevedibili (come i like, i commenti, le views, cioè il dato sulle visualizzazioni) agiscono come ricompense frequenti ma non assicurate e spingono l’utente a controllare continuamente il telefono.
Proprio l’imprevedibilità del premio mantiene alta l’attivazione e l’aspettativa, generando un ciclo compulsivo.
Questo schema, simile a quello dei giochi d’azzardo, alimenta la dipendenza comportamentale e la FOMO (Hunt et al., 2018).
Ritengo che sia fondamentale una riflessione, la nostra vita si sta sviluppando sempre di più nello spazio digitale, mediato da dispositivi come smartphone, PC, tablet, console di gioco.
Attenzione, il termine corretto è proprio digitale, non virtuale. Infatti il digitale è assolutamente reale, non è virtuale. Lo è ormai per tutti noi e, per i più giovani, si carica di valore e significati che contribuiscono alla strutturazione identitaria. Infatti il loro mondo è lì, ed è lì che si creano significati e valori, e quindi è lì che si traggono contenuti e si definisce se stessi, in maniera positiva o negativa.
Una sana vita digitale diventa quindi un presupposto fondamentale per il nostro benessere psicofisico. Il rilevante spostamento della nostra vita a livello digitale non può essere semplicisticamente negato con un atteggiamento di sdegnato disinteresse. Sarebbe antistorico e rappresenterebbe, in qualche modo, un comportamento estremistico, favorente l’isolamento sociale e una seria compromissione del nostro funzionamento individuale e lavorativo.
Una volta riconosciuta l’ineluttabilità della nostra vita digitale e il suo crescente valore, ci si dovrebbe quindi interrogare su come renderla sana e costruttiva. Il nostro comportamento è quindi sempre più manipolato da algoritmi di infinite scrolling, che favoriscono la fruizione continua e non intenzionale di contenuti, aggredendo la nostra capacità di concentrazione (Asif, Kazi, 2024).
Ma, per la salvaguardia del nostro equilibrio, non possiamo permetterci di trasformarci in consumatori perfetti, in quanto acritici.
Basti pensare a un altro tipo di comportamento compulsivo che si verifica in questo difficile periodo storico, il doomscrolling (Punzalan et al., 2024). Questo termine indica l’abitudine di scorrere compulsivamente notizie negative o angoscianti sui social media o su siti di informazione, spesso per lunghi periodi di tempo, anche se ciò provoca ansia, stress o tristezza.
Il doomscrolling è alimentato da una combinazione di fattori psicologici profondi: il nostro cervello è naturalmente attratto dalle notizie negative (bias di negatività); inoltre, abbiamo già visto come la progettazione dei social media sfrutti il rinforzo intermittente per mantenerci incollati allo schermo. Il meccanismo dell’illusione di controllo ci spinge a cercare continuamente aggiornamenti, nella speranza di sentirci più preparati.
È veramente difficile mantenere il controllo, infatti l’esposizione prolungata ai sistemi di notifica digitali può generare un condizionamento comportamentale tale da indurre l’utente a percepire notifiche anche in loro assenza, fenomeno noto come phantom vibration syndrome o phantom notification (Shaw, 2021).
Questo effetto è il risultato di un apprendimento associativo ripetuto, in cui il cervello sviluppa una risposta anticipatoria automatica a segnali sensoriali minimi, spesso inesistenti, a causa della costante aspettativa di interazioni digitali.
Tutto questo alimenta la FOMO, la paura di perdere qualcosa di importante. In momenti di incertezza, come crisi o pandemie, l’ansia anticipatoria ci rende ancora più vulnerabili. Il risultato è un ciclo difficile da interrompere, che può avere effetti negativi sul benessere mentale.
È quindi fondamentale “difendersi” e, per iniziare a farlo, è necessario “conoscere” quali meccanismi sono in azione, per uscire così da una dimensione di accettazione inconsapevole verso una più matura fruizione critica, capace di tenere il controllo.